Triste tigre
Elogio della vittima
Dopo averla sentita parlare al Festival Letterature, intervistata da Rossella Postorino, ho deciso di leggere Triste tigre di Neige Sinno.
In questo saggio/memoir l’autrice racconta delle violenze sessuali subite fin da bambina da parte del patrigno, in quella che, a tutti gli effetti, considereremmo una famiglia normale, di quelle, per intendersi, a cui chiedere il consenso informato per l’educazione sessuo-affettiva a scuola: due genitori, quattro bambini, due nati dalla mamma in un primo matrimonio e altri due nati in un secondo matrimonio, due sorelline e poi un fratellino e una sorellina. Neige, figlia del primo matrimonio della madre, è la sorella più grande.
Sinno decide di partire dal ritratto del carnefice (bourreau in francese), e lo fa senza giri di parole, mettendolo in scena, descrivendolo in azione. Siamo abituate a vedere rappresentata la violenza sui bambini, sulle bambine, attraverso l’immagine evicativa dell’adulto che entra in una stanza e si chiude la porta alle spalle, la piccola vittima seduta su un letto. Ecco, Sinnò quella porta la lascia ben aperta, direi spalancata e ci porta vicino al letto:
Être dans une pièce, seul avec un enfant de sept ans, avoir une érection à l’idée de ce qu’on va lui faire. Prononcer les mots qui vont faire que cet enfant s’approche de vous, mettre son sexe en érection dans la bouche de cet enfant, faire en sorte qu’il ouvre grand la bouche. Ça, c’est vrai que c’est fascinant. C’est au-delà de la compréhension. Et le reste, quand c’est fini, se rhabiller, retourner vivre dans la famille comme si de rien n’était. Et, une fois que cette folie est arrivée, recommencer, et cela pendant des années. (Sinno, Neige. Triste tigre ebook, pp.9-10).
Il libro è questa cosa qua. Ma non solo: è anche una riflessione poetica e politica su come raccontare tutto questo. Sul senso di raccontare tutto questo.
Da Capote a Carrère, la mente di chi compie un crimine, una violenza, è stata raccontata in tanti modi diversi ed è senza dubbio molto più affascinante, narrativamente, di quella di chi quelle violenze le ha subite. Non solo perché, fra la tigre e l’agnello, tutti noi avremmo la tentazione di essere la tigre, ma anche perché, come racconta Sinno, la vittima stessa non viene mai scelta in quanto individuo: viene scelta come specchio, come superficie capace di riflettere e in qualche modo affermare, giustificare, l’esistenza di chi compie la violenza. Prendiamo Lolita di Nabokov, che esiste come proiezione di tutti i desideri e di tutte le fantasie del protagonista.
Un romanzo che ci fa entrare nella mente del violentatore, seguendo gli arcani dei suoi ragionamenti, le sue giustificazioni e i suoi fantasmi. Come scrive Sinno, si passa dall’adesione al rigetto, dal disgusto alla compassione, dal sorriso di fronte al suo senso dell’umorismo singolare all’orrore assoluto.
Sinno si chiede se Lolita conserverebbe lo stesso valore letterario se Nabokov non avesse immaginato quella storia, ma avesse raccontato, trasformandola in romanzo, una vicenda realmente vissuta da lui come abusante. Se dietro Humbert Humbert ci fosse stato semplicemente Vladimir Nabokov. In quel caso, si domanda, sarebbe ancora possibile separare la qualità letteraria dalla responsabilità morale? (da recuperare la riflessione di Lorenza Pieri qui)
E soprattutto: fare della bellezza con l’orrore non rischia di significare, in certi casi, estetizzare la violenza stessa?
Sinno ha una risposta limpida, inequivocabile: bisogna dire le cose esattamente come sono andate, senza alcuna censura, senza alcuna paura di scandalizzare o di offendere, usando parole esplicite proprio per sottrarle al linguaggio infantile con cui chi compie la violenza le riveste, trasformandole in qualcosa che rimanda, mentendo, alla sfera degli affetti:
Il disait sexe, lécher, sucer, caresser, zizi. Il disait que j’étais jolie ou mignonne. Il me faisait des câlins. Je n’emploie presque jamais ces termes, ils m’insupportent et je n’ai pas lutté pour les réintroduire dans mon vocabulaire, leur donner une nouvelle vie en les associant à de nouvelles pratiques. Je les ai simplement éliminés. En revanche, je n’ai pas de problème avec pipe. J’adore ce mot, je le trouve marrant, il me fait toujours réfléchir un peu (quel est le rapport entre une fellation et une pipe ? je ne sais pas), en plus ça me fait penser au tableau de Magritte avec son sous-titre qui questionne la notion de représentation (ceci n’est pas une pipe). (pp.169-170).
Se il tema della lingua è centrale in tutto il libro (e meriterebbe una ben più accurata riflessione di queste poche righe), un altro aspetto importante di Triste tigre, è il fatto che con questo libro Sinno demolisce una serie di luoghi comuni sul carattere salvifico della letteratura, su come attraverso la scrittura sia possibile “uscire dall’inferno”. Se sei all’inferno non hai modo di scrivere.
On n’écrit pas avec ses névroses, comme le dit Deleuze. La névrose, la psychose ne sont pas des passages de vie, mais des états dans lesquels on tombe quand le processus est interrompu, empêché, colmaté. La maladie n’est pas processus, mais arrêt du processus. Finalement, la fameuse phrase d’Artaud (citée par tout le monde, à toutes les sauces), celle qui dit que nul n’a jamais écrit ou peint, sculpté, modelé, construit, inventé, que pour sortir en fait de l’enfer, est peut-être une scandaleuse méprise. En réalité c’est l’inverse qui se produit, c’est-à-dire que celui qui écrit, dessine, etc. est déjà de fait sorti de l’enfer, c’est justement pour ça qu’il peut écrire. Car quand on est en enfer, on n’écrit pas, on ne raconte rien, on n’invente pas non plus, on est juste trop occupé à être dans l’enfer. (pp.87-88).
La casa è l’inferno in cui abitano per anni le vittime di violenze sessuali, nella grandissima parte dei casi compiute da familiari poiché l’intimità domestica è il primo requisito per non essere visti e non essere respinti: la fiducia di una bambina verso un patrigno, un nonno, uno zio, un padre, una persona che tutti dicono le vuole bene, non può che essere assoluta.
Quella bambina, o bambino, è la vittima.
Sembra scontato dirlo così ma un altro punto centrale di questo libro, messo in luce anche da Postorino nella sua intervista a Letterature, è il fatto che Sinno rivendica il dirsi vittima, rivendica la fragilità, il dolore, il fatto di essersi spezzata, di non essere stata per niente resiliente, che anzi, quella della resilienza come quella letteratura salvifica è una immensa bugia:
Souvent on trouve dans les livres de survivants l’idée qu’ils ne veulent pas adopter une attitude de victimes, ou qu’ils ne veulent pas être considérés comme des victimes. Qu’est-ce que ça veut dire exactement ? En général il s’agit de refuser d’être un objet de pitié. Mais pourquoi une victime devrait-elle systématiquement être perçue à travers cet étrange sentiment qu’est la pitié, à la fois faite de compassion et de condescendance ? Tout cela me semble quand même un peu absurde. On ne peut pas en même temps avoir été violé et ne pas être une victime. Une personne violée est victime de viol, elle a été victime d’une agression qu’on a commise sur elle contre son gré. (pp.198-199).
E ancora:
Je déteste l’idée que certains s’en sortent et d’autres pas, et que surmonter le traumatisme est un but moralement louable. Cette hiérarchie qui fait du résilient un surhomme par rapport à celui qui ne peut pas s’en sortir me dégoûte. (p.199).
Chi ha subito violenza, chi è stato abusato ha visto il male negli occhi e di questo male trattiene l’ombra, per questo come accade con Medusa, guardare questo male spaventa, si preferisce vederne il riflesso in storie con happy ending ma questo non è giusto, perché farlo significa dire a chi ha violentato: non è andata così male, se tu non avessi compiuto questa violenza oggi questa persona non avrebbe scritto questo libro, nessuno saprebbe chi è.
Invece, ci dice Sinno, sarebbe stato meglio non saperlo, chi è lei. Avremmo meno libri, certo, ma più persone intere.
Sul tema della vittima Neige Sinno si inserisce in un dibattito francese molto preciso che forse a qualche lettrice italiana può sfuggire. Provo a sintetizzarlo: dopo il #MeToo, in Francia, una parte dell’opinione pubblica è insorta denunciando quello che ha definito il femminismo considerato punitivo o vittimario: basti pensare alla lettera pubblicata su Le Monde nel gennaio 2018, firmata anche da Catherine Deneuve, che rivendicava una “libertà d’importunare” e contestava quella che presentava come una confusione tra seduzione maldestra e aggressione sessuale. (Su questo dibattito trovo molto efficace il romanzo di Michela Marzano, Sto ancora aspettando che qualcuno mi chieda scusa, uscito per Rizzoli nel 2024).
Ne è seguita una discussione surreale su quello che è stato definito “femminismo alla francese”: un mito fondato sulla galanteria e la seduzione. Su questo aspetto sono intervenute in modo critico e puntuale alcune storiche, mostrando come questa narrazione abbia spesso finito per delegittimare la parola delle vittime e per trasformare la diffidenza nei loro confronti in una virtù culturale. Avete presente: “fatti una risata”, “non si può più provarci con una donna”, eccetera. (qui la replica di Christine Bard).
Anche in Italia è accaduto qualcosa di simile. Negli ultimi anni sono usciti numerosi saggi contro il cosiddetto "vittimismo", primo fra tutti Critica della vittima di Daniele Giglioli una critica radicale sugli effetti culturali dell’abuso della categoria di vittima. Una categoria ormai così compromessa da dover essere continuamente giustificata.
Il libro di Sinno ci ricorda che prima della costruzione culturale della vittima, però, esiste l’esperienza concreta della violenza, e che chiamarla con il suo nome non significa ridursi a uno stereotipo culturale ma il suo contrario: è il rifiuto di trasformare immediatamente la violenza in una storia di redenzione, di resilienza, di successo personale e di fissare negli occhi Medusa, di più: di volere bene a Medusa, anche se non ce la fa a non trasformarci in pietra ogni volta che la guardiamo.
Una Medusa bambina, in questo caso. In questo contesto, la scelta di Sinno di rivendicare la parola “vittima” non è dunque solo una scelta dettata da questioni private: il privato diventa politica.
Perché scrivere un libro non salva, la letteratura non salva (qui un’intervista a Sinno dove lo ribadisce), semmai può servire a qualcun altro, e questo è il senso di questo libro e il motivo per cui, credo, tuttə dovremmo leggerlo.
(ho letto il libro in francese da qui le citazioni in lingua originale, in italiano è stato tradotto da Luciana Cisbani e pubblicato da Neri Pozza)
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3. Il dialogo “Nous voulons toutes l’égalité…”, Le Monde, 12 settembre 2018. Qui trovi una formulazione molto vicina al punto che ti interessa: si dice che rallegrarsi di #MeToo non significa proclamare che “essere donna è essere vittima”, e che molte donne non si sono mai percepite così; ma si aggiunge anche che parlare, protestare, dire no può essere un modo per uscire dallo statuto di vittima.
4. La risposta femminista alla tribune Deneuve, guidata tra le altre da Caroline De Haas. È importante perché accusa quel testo di “disprezzo” verso le vittime: cioè mostra che, già nel 2018, il nodo non era solo #MeToo, ma proprio il modo di nominare e legittimare le vittime di violenza sessuale.
5. Neige Sinno, interviste su Triste tigre. In un’intervista a Diacritik, Sinno dice di voler pensare #MeToo come esplorazione delle ambivalenze, non come dispositivo semplificatorio. Questo aiuta a collocarla: non mi pare che Sinno faccia un discorso identitario sulla vittima, ma rivendica la parola “vittima” contro la vergogna e contro la pietà condiscendente.
Quindi sì: la posizione di Sinno può essere letta come una risposta interna al dibattito francese. Non dice “voglio restare vittima”; dice piuttosto: non accetto che per essere considerata libera, forte o non compatita io debba negare il fatto di essere stata vittima di un crimine.



Il tema è molto interessante. La distinzione fra la vittima “buona” (e cioè quella che perdona) e quella “cattiva” (che chiede giustizia, verità e risarcimento pubblico) è cruciale anche nella Chiesa, dove gli abusi sessuali fanno traballare tutto e sono costantemente insabbiati.
Ho letto il libro,molto intenso e rivelatore di alcune sfumature essenziali. Sono d'accordo con lei: non vuole essere un baluardo culturale ma il racconto di una esperienza.